Dialettofobia

 È giusto insegnare il dialetto ai bambini delle scuole materne? Soprattutto se il dialetto in questione è il napoletano in una città in cui è tutt’altro che a rischio estinzione?

Mentre giocavo con i miei nipotini (a rigor di logica, o meglio di parentela, sarebbero i nipotini del Socio, ma siccome quella che passa ore a rotolarsi sul pavimento con loro dando voce a dinosauri e barbie sono io, li ho acquisiti per diritto) la piccola di quattro anni mi fa “vuoi sentire la poesia per la festa della mamma?” per poi attaccare “U sai chi è ‘a mamm?” “Ma che poesia è?!” “In napoletano, zia!”, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. “Amore non si interrompono le poesie”, interviene diplomaticamente il Socio, consapevole del fatto che la mia faccia sbigottita, di fronte all’imperturbata, anzi decisamente compiaciuta, reazione della destinataria della lirica, non lasciava presagire niente di buono.

Cioè, se mia figlia di quattro anni si presentasse declamando versi in dialetto, io farei scoppiare a scuola qualcosa di molto simile ad un conflitto mondiale. O quantomeno pretenderei di capire quale logica ci sia nell’insegnare a bambini che in molti casi dicono ancora aprito o maettra, il dialetto in una realtà territoriale dove è ben lungi dall’essere sparito. Anzi.

Ma non è che sei tu che sei un tantino dialettofobica? Per dire, hai smesso di seguire un corso all’università perchè il docente aveva una cadenza che lasciava individuare chiaramente non solo regione e provincia di provenienza, ma anche comune e quartiere. Oppure se lo speaker di una radio locale ha un accento appena più marcato tu cambi stazione infastidita. Per non parlare di quando è stata intervistata Antonietta Di Martino al telegiornale e tu invece di essere orgogliosa di una cavese che ha vinto l’argento ti sei vergognata perché il suo accento era così cavese. Ammetti che un tantino dialettofobica sei.

E invece io non credo che si tratti di dialettofobia. I comici dialettali sono i più spassosi, e la pregnanza espressiva di alcun i termini dialettali li rende intraducibili. Solo che il registro dialettale non dovrebbe essere l’unico disponibile, o quello prevalente, in qualsiasi contesto o situazione. Un ricercatore universitario che in un convegno nazionale abbia un accento dialettale per me è screditato a prescindere. E come mai Antonietta Di Martino è l’unica sportiva in una pubblicità della Ferrero a cui abbiano lasciato solo il labiale?

Accetto che la scuola debba preservare il patrimonio linguistico del dialetto, ma non bisognerebbe fare attenzione che sia effettivamente un arricchimento espressivo, piuttosto che un limite? Oppure la mia dialettofobia deriva dal fatto che alcuni dialetti nell’immaginario collettivo sono connotati più negativamente di altri?

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