Il lavoro che non puoi chiamare lavoro

Cosa vuol dire lavorare per un giornale di provincia. Quando il lavoro non puoi chiamarlo lavoro.

Che poi, teoricamente, un lavoro lo avrei. Ma di chiamarlo lavoro non ho cuore, casomai  il lavoro, quello vero,potrebbe prenderla così male da decidere di non farsi mai trovare.

Perché fare il corrispondente per un giornale di provincia vuol dire:

  • non dover mai usare, per contratto, il verbo “lavorare”.
  • non poter scrivere, cioè firmare più di venti pezzi al mese. Cioè, dopo il 15 di ogni mese,  un pezzo si firma l’altro no.
  • vedere una scintilla di ammirazione negli occhi del tuo interlocutore a sentire il nome del giornale per il quale lavori,  con il quale collabori, e sperare che non ti chieda mai e poi mai quanto guadagni;
  • dover aprire partita Iva, ma fatturare meno di quanto prende un  adolescente con un lavoro al Mcdonald’s;
  • trovarsi tutti e dieci i corrispondenti locali sulla stessa notizia nello stesso momento;
  • essere chiamati alle undici per una conferenza stampa che cominciava alle dieci. Arrivare che, ops, è finita!.
  • aspettare fino a mezzogiorno per una conferenza stampa che cominciava alle dieci. E poi non dover scrivere il pezzo;
  • avere a che fare con politici che pensano che il termine corrispondente voglia dire che devi corrispondere ai loro vogliosi istinti;
  • lavorare tutto il pomeriggio ad un pezzo di 5000 battute e poi vederlo trasformato in un pezzo da 1400 (non retribuito);
  • portare il telefono anche in bagno perchè la notizia possa raggiungerti ovunque;
  • mettere una suoneria speciale al numero della redazione perché quando ti chiama tu possa rispondere in una frazione di secondo (sennò il pezzo andrà ad un altro);
  • spiegare alla tua famiglia che quando sento quella suoneria il telefono devono portartelo ovunque, anche sotto la doccia;
  • far accettare al Socio che anche se sono le 23.30 di venerdì sera (e visto che tu non ti occupi di cronaca nera è alquanto improbabile che sia davvero successo qualcosa)  e voi state facendo l’amore, a quella suoneria proprio non puoi non rispondere.
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2 thoughts on “Il lavoro che non puoi chiamare lavoro

  1. Sacrifici mal retribuiti.Pero’ in passato,esisteva la gavetta fatta di sacrifici come quelli tuoi ma che alla fine portavano ad un lavoro:quello del giornalista.Che dire…se la passione c’e’ verrebbe voglia di farli e farli sempre ma a una condizione:che il tuo LUI possa darti un fisso mensile…per le spese personali.Ciao.

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